La linguistica è lo studio scientifico del linguaggio umano, laddove per linguaggio si intende “la capacità, comune a tutti gli esseri umani, di sviluppare un sistema di comunicazione”. Va notato che il linguaggio è cosa differente dal concetto di lingua, che è invece la “forma specifica” che questo sistema di comunicazione assume nelle varie comunità umane.

Il LINGUAGGIO
Riferendoci al linguaggio umano, generalmente parliamo di linguaggio al singolare poiché questa capacità è propria della specie umana e comune a tutti gli essere in quanto tali; invece parliamo di lingua sia al singolare, sia al plurale, perché tante sono le lingue del mondo.

Caratteristiche fondamentali proprie del linguaggio umano sono:

– La ricorsività
– la dipendenza dalla struttura

Una caratteristica che invece distingue le varie lingue del mondo è:
l’ordine delle parole o l’ordine degli elementi principali della frase.

Possiamo dunque definire una lingua come un sistema articolato su più livelli, cioè un “sistema di sistemi”. E i livelli linguistici sono quello dei suoni (oggetto della fonologia), quello delle parole in sé (morfologia), quello delle frasi (sintassi) e quello dei significati (semantica).

Una lingua inoltre, come tutti sanno, può essere sia parlata che scritta. La linguistica tuttavia privilegia quale suo oggetto di studio la lingua come espressione orale più che quella scritta; e ciò per vari motivi. Uno di questi motivi, è che al mondo esistono e sono esistite lingue solo parlate ma non scritte, come per esempio il somalo (che fino al 1972 è stata una lingua solo parlata) o anche molte lingue indiane d’America che sono e sono state lingue esclusivamente orali.

Dunque possiamo concludere affermando che in linguistica l’aspetto orale è primario, mentre quello scritto è secondario e derivativo. E possiamo ancora affermare che non vi sono lingue naturali che siano soltanto scritte ma mai parlate. Il bambino, quando impara una lingua, impara prima a parlare che a scrivere. Quando le lingue, con il passare del tempo, mutano, ciò che cambia prima è la lingua parlata e solo in un secondo momento, la scrittura registrerà tali cambiamenti.
Tornando alla linguistica. Da notare che la linguistica generale si occupa solo di elaborare le categorie e i concetti con cui descrivere la capacità umana di creare sistemi di comunicazione.

Altre aree della linguistica, oltre alla linguistica generale sono:

– la fonologia (che comprende la prosodia)
– la morfologia
– la sintassi (che insieme formano quella che tradizionalmente è chiamata grammatica)
– la semantica
– la pragmatica
– la lessicologia (che comprende l’etimologia)
– la linguistica testuale

E fra le sottodiscipline linguistiche possiamo riconoscere anzitutto:

– la geolinguistica (e la dialettologia)
– la sociolinguistica
– l’etnolinguistica
– la psicolinguistica
– l’ecolinguistica
– la linguistica comparata

I due principali metodi della linguistica sono:

– l’approccio diacronico, da cui la linguistica diacronica (anche nota in Italia come “glottologia”), consistente nell’analisi storica e comparativa dei fenomeni linguistici;

– l’approccio sincronico, che oggi segue generalmente le teorie di Noam Chomsky sulla super-grammatica, anche detta grammatica generativa intesa a ricercare le leggi teoriche alla base della produzione dei fatti linguistici in un determinato tempo e ambito.

 

TAPPE FONDAMENTALI DEL PENSIERO LINGUISTICO

Naturalmente, la riflessione sul linguaggio caratterizza quasi tutte le culture, da quella cinese a quella indiana, a quella ebraica ed araba. Nella tradizione occidentale, i primi ad occuparsi del linguaggio furono i filosofi greci, principalmente Platone (429 a.C. – 347 a.C. ), Aristotele (348 a. C. – 322 a. C.) e gli stoici (4°-3° sec. A. C.). Ciononostante però, la linguistica si costituisce come disciplina scientifica autonoma solo a partire dall’inizio dell’ottocento, epoca nella quale viene a chiarirsi definitivamente il suo statuto di disciplina descrittiva e non normativa.

La concezione del linguaggio come capacità specifica, nel senso di struttura dotata di caratteristiche proprie ed esclusiva della specie umana, è alla base della teoria linguistica elaborata dal grande linguista e filosofo americano Noam Chomsky nota come grammatica generativa.

Sempre a Noam Chomsky, dobbiamo la distinzione tra competenza ed esecuzione, dove per competenza si indica tutto ciò che l’individuo “sa” della propria lingua per poter parlare e per poter comprendere gli altri. La competenza, inoltre, è individuale ed ha sede nella mente dell’individuo. Per esecuzione, s’intende tutto ciò che l’individuo, linguisticamente “fa”; l’esecuzione è un atto di realizzazione e dunque è un atto concreto.

Per semplificare i concetti di base di queste scoperte rivoluzionarie fatte il secolo scorso da Chomsky: il linguaggio, dice costui, non è una proprietà che si conquista con l’esperienza del mondo! E’ troppo complesso per essere qualcosa di simile a una conquista attiva. Al contrario, il linguaggio non può che essere una qualità innata dell’uomo, insita già nella struttura del cervello prima del suo contatto con i suoi simili e a prescindere dagli stimoli esterni i quali in effetti, dal punto di vista dei sistemi di comunicazione offre stimoli troppo poveri per creare un sistema di linguaggio (argomento della povertà dello stimolo). Tale grammatica “insita” nei meandri del cervello umano è esattamente la stessa cosa delle strutture mentali insite nei cervelli dei ragni che “sanno” come fare una ragnatela o degli uccelli che (una volta non più pulcini) “sanno” come fare un nido. In questo senso Chomsky parla di grammatiche generative. Perché esse generano da sé la comunicazione umana e in definitiva, l’uomo in sé. La sola differenza fra la grammatica del ragno e quella dell’uomo è che l’uomo è il solo detentore del progresso. E nei fenomeni linguistici la materia prima del progresso è la sintassi (che per von Humbolt era la capacità umana di “fare un uso infinito di mezzi finiti”); sconosciuta invece a ogni animale, sia questo ragno, delfino o scimpanzé.

Non a caso quindi anche Ludwig Wittgenstein avrebbe parlato del linguaggio come “parte dell’organismo umano”. Ed è per questo che filosofi, antropologi e altri scienziate dell’uomo e della società parlano dell’uomo come un “animale di linguaggio”.

Tutte queste congetture teoriche, per altro, hanno trovato nel corso della storia della scienza moderna anche molte conferme (insieme naturalmente alle smentite di altre svariate idee) a partire dalla storica scoperta, nel sec. XIX, dell’area del cervello incaricata dei processi linguistici da parte del grande neurologo e chirurgo francese Paul Broca [pron: Brocà] e poi in suo onore chiamata “area di Broca”. (Il legame di linguaggio e cervello era in realtà stato riconosciuto poco prima dall’anatomista e medico italiano Bartolomeo Panizza, maestro del futuro premio Nobel per la medicina Camillo Golgi; senza però le evidenze poi trovate da Broca).

Andando un po’ a ritroso nel tempo, altro personaggio fondamentale per lo studio della moderna linguistica è Ferdinand de Soussure che nel suo “Corso di Linguistica Generale” pose una serie di fondamentali distinzioni per la definizione del concetto di lingua come le distinzioni tra sincronia e diacronia, dove per sincronici intendiamo un rapporto tra elementi simultanei, e per diacronici intendiamo invece la sostituzione di un elemento con un altro nel corso del tempo; rapporti associativi e rapporti sintagmatici, tra significante e significato e quella tra langue e parole (francesismi per “lingua” e “parola”). La parole è un’esecuzione linguistica realizzata da un individuo ed è un atto individuale, è attuazione e realizzazione; mentre la langue, che è della collettività, è un atto sociale ed astratto, è dunque potenzialità … in sostanza possiamo semplicemente dire che, gli esseri umani comunicano attraverso atti di parole ma il fondamento di questi atti è nella langue, perché è la langue il sistema di riferimento collettivo.

Un’altra importante distinzione si deve allo studioso russo Roman Jakobson [pron. Yakobsòn], fondatore insieme a Vilelm Mathesius della grande scuola di Praga. La distinzione introdotta da Jakobson è quella tra codice e messaggio e si basa sulla differenza tra un livello astratto ed un livello concreto: il codice indica un insieme di potenzialità ed è astratto; mentre un messaggio viene costruito sulla base delle unità fornite dal codice ed è un atto concreto.

Secondo Jakobson le componenti necessarie per un atto di comunicazione linguistica, sono sei:

– il parlante

ciò di cui si parla

– il messaggio

– il canale attraverso cui passa la comunicazione

– il codice

– l’ascoltatore

 

Inoltre, a ciascuna di queste sei componenti, Jakobson fa corrispondere una specifica funzione linguistica:

– La funzione emotiva o espressiva. Quella che riguarda il parlante e si realizza quando si esprimono stati d’animo, quando quindi, il parlare, è più intento ad “esprimere”.

– La funzione referenziale. Che è la funzione informativa.

– La funzione fàtica. Quella che si realizza quando vogliamo controllare se il canale è aperto e funziona regolarmente (p. es. : mi senti?)

– La funzione metalinguistica. Che si realizza quando il codice viene usato per parlare del codice stesso.

– La funzione poetica. Che è forse la più complessa e, secondo Jakobson, si realizza quando il messaggio che il parlante invia all’ascoltatore è costruito in modo tale da costringere l’ascoltatore a ritornare sul messaggio stesso per apprezzarne il modo in cui è stato formulato.

– La funzione conativa o direttiva. Che si realizza sotto forma di comando o di esortazione rivolti all’ascoltatore affinché modifichi il comportamento.

Possiamo concludere affermando che ogni tipo di testo realizza prevalentemente una delle sei funzioni Jakobsoniane.

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